martedì 3 gennaio 2012

Una stella

Una stella

Micheal non era stupido e nemmeno insensibile. Fotografava ragazze da quasi diciannove anni e aveva capito molte cose della vita proprio mentre scattava con le sue amiche di set.
Dietro a quei sorrisi, a quei capelli gonfi o piatti, in fondo a quegli sguardi provocanti illuminati dal flash, spesso si nascondeva tutto fuorché luce. Poche donne posavano per passione e sinceramente quelle che lo facevano difficilmente sarebbero andate da un fotografo che non realizzava scatti di una certa rilevanza. Le modelle che fotografava si fingevano tutte esibizioniste e trasgressive, ma agli occhi di una persona intelligente, l'esuberanza esagerata appare sospetta.
Lui era un uomo sensibile e cercava di trattare al meglio ogni modella che incontrava, dal pranzo che gentilmente offriva al cachet che elargiva senza fare problemi e senza tirchierie.A volte rifletteva solo nella sua spaziosa camera da letto.
Si guardava allo specchio e posava il suo sguardo su quel viso leggermente indurito dall’età ma reso piacevole dai grandi occhi azzurri e dall’espressione dolce e comprensiva.
In fondo non si poteva lamentare della sua vita. Era un uomo felice e realizzato e sapeva che dietro a tutto questo vi era tanto impegno ma altrettanta fortuna.
Aveva cinquant’anni e li portava discretamente bene, svolgeva una professione appagante e viveva in una casa accogliente e spaziosa. Era stimato e circondato da pochi amici ma veri.
Pensava spesso alle ragazze che fotografava.
“Io non mi spoglierei mai neanche per un milione”, si diceva tra se e se mentre si faceva la doccia.
Non avrebbe avuto il coraggio di andare da uno sconosciuto, spogliarsi e sopportare anche per due o tre ore il viso arrapato di qualcuno che si eccitava, inoltre lui dopo pochi minuti si sarebbe già annoiato. Pensava che magari per una donna poteva essere carino farsi fare qualche foto, magari in lingerie o costume, forse anche il nudo poteva essere affascinante, ma dubitava fortemente che esistessero donne felici di posare a gambe spalancate come richiedeva il genere open-legs.
Ricordava che una volta, da giovane, era stato a cena con una donna molto noiosa e antipatica.
Lei lo mangiava con lo sguardo, mentre l’unica cosa che lui pensava a mangiare era il gustoso antipasto di salumi che aveva portato il cameriere.
Era stata una cena a cui aveva partecipato in modo forzato, perché quella donna gli avrebbe fatto diversi favori. Il dopocena lo aveva rimosso, come si fa forse con tutti gli eventi spiacevoli che la vita sembra respingere come un corpo estraneo.
Per questo ci teneva a non far provare a nessuno quello che aveva provato lui. L’orologio segnava le quattro e mezza del pomeriggio, il vento portava scompiglio nelle foglie secche vicino ai suoi piedi, percepì un leggero spiffero raffreddargli il collo.
Quando Mia arrivò , fasciata in un cappottino lungo e beige, le sembrò un cucciolo sperduto. Circa vent’anni meno di lui, ne dimostrava si e no ventitre, l’aria arrabbiata ma anche curiosa, era esuberante e sorridente. Avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, e la cosa lo fece sentire leggermente fuori luogo. La osservò in modo silenzioso, ma preciso. Era vestita modestamente ma con uno stile femminile e sexy, capelli lunghi, truccata male e con dei tacchi decisamente troppo alti per un corpo minuto ed esile come il suo. Micheal le sorrise in modo caldo e accogliente, senza tuttavia avvicinarsi troppo per paura di sembrare invadente. Avevano deciso di scattare qualche foto in un motel vicino alla stazione, carino e semplice.
Se doveva spendere cinquanta euro in più, Micheal preferiva darli alla modella. La stanza era piccola ma molto gradevole, con un grande letto coperto da una trapunta blu e cuscini rossi a forma di cuore. Lei si tolse il cappotto e si sedette nel letto facendo un sorriso.
Iniziò a fotografarla facendole tenere i vestiti che lei aveva già addosso: una minigonna a scacchi neri e rossi, maglioncino nero e camicetta bianca.
Dei collant pesanti e scuri fasciavano le gambe decisamente magre e allungate.
Nonostante fosse bassina, Mia in certe foto sembrava slanciata come una stangona. Posava in modo allegro e audace, mescolando sapientemente sorriso ingenuo e sguardo malizioso.
A Micheal piaceva il suo sorriso, così dolce, ma anche triste, come quello di una scolaretta che si è rassegnata a pulire l ‘aula per avere in cambio una brioche per merenda.
Arrivarono all’intimo, e Micheal cerco di non sembrare troppo eccitato per mettere Mia a proprio agio. Lei sembrava essere consapevole della sua bellezza, ma non abbastanza da ostentarla in modo sfacciato. C'era in lei un qualcosa di segreto, come un velo di tristezza che appariva solo a volte, per renderla ancora più bella, ma stranamente inarrivabile. A volte lei parlava, ma poco. Raccontò di avere già un figlio di cinque anni, e di vivere in Italia da dieci.
Le piaceva farsi fotografare in fondo. C’era in lei un tocco di esibizionismo e lui pensò che probabilmente si sarebbe fatta fotografare anche se fosse stata ricca, ma magari invece di quel motel avrebbe scelto uno studio fotografico ben attrezzato e un fotografo di fama internazionale . Indossava un reggiseno rosso con una leggera imbottitura, che faceva sembrare il suo seno più tondo e gonfio. Il tanga rosso evidenziava un sedere molto ben fatto e rotondo. Si provo diversi completini: un body bianco con le autoreggenti, una canotta rosa con slip elasticizzati, una vestaglia di finto raso azzurro ed infine un vestitino blu abbinato a delle parigine nere che le conferivano un aria antica e raffinata.
Quando lei tolse i vestiti lo fece con grazia e dolcezza, ma anche con un leggero senso di pudore.
Micheal ebbe l’impressione che Mia non fosse abituata a stare in presenza di un uomo se non per farsi fotografare. La cosa lo stupì piacevolmente ma gli fece anche paura.
La vasca da bagno rossa era meravigliosa e lei ricoperta di schiuma bianca la rendeva quasi spettacolare. I capelli ricci e tirati su incorniciavano il viso triangolare e magro.
Mia sorrise mostrando denti imperfetti e leggermente sporgenti, che le regalavano un aria acerba e simpatica. Guardo Micheal con una finta malizia che celava poco e male un ingenuità marcata.
Mise una mano proprio vicino al pube, coperto di schiuma che profumava di zucchero filato.
La testa balzò all’indietro e gli occhi si chiusero.
Di solito non si lasciava andare ma quell’uomo, così calmo dolce e premuroso sembrava aver capito qualcosa in più di lei. Sembrava davvero dare valore ai suoi capelli morbidi e al suo mento affusolato, sembrava rapito da quelle mani lisce e da quel corpicino sottile e sensuale. Sospirò in modo sempre più affannoso. Forse procurarsi piacere davanti ad uno sconosciuto le serviva per sentirsi libera. Come una donna che si trova lì per scelta e non per bisogno. Forse il suo non fare sesso con nessuno iniziava a pesare. La voglia di esplorare la propria sessualità emergeva in modo sempre più selvaggio, battendosi con l'orgoglio che le impediva di lasciarsi andare con qualunque uomo. Ricordi paurosi emergevano come fantasmi ed ebbe un attimo di esitazione. Ma il piacere arrivò e lei restò con gli occhi chiusi ad assaporare quell'attimo che già sembrava passato.
Micheal la colpì positivamente perché restò sempre vestito ed ebbe il buon gusto di non fare commenti come per godersi quello spettacolo senza voler interferire.
Non disse nulla ma sorrise, in modo smarrito.
Lui aveva fatto tante foto, per mascherare l’imbarazzo. Scatti delicati in cui era evidenziato principalmente il suo viso, sempre smarrito ma leggermente più disteso.
Parlarono un pochino ma lui notò nella ragazza la stessa chiusura e diffidenza che aveva notato in altre. Prima di uscire dalla stanza le porse una busta.
Il viso di Mia si illuminò. Tanti erano abbastanza generosi con lei, era piuttosto fortunata e lavorava spesso, ma quell’uomo era stato davvero superiore alla media.
La accompagnò alla stazione augurandole dal profondo del cuore di diventare la ragazza più felice del mondo, immaginandola vestita bene dalla testa ai piedi e immortalata dai migliori fotografi, le prese la mano e sorrise caldamente.
“Grazie Micheal”, disse lei con aria profonda e felice. Poi scese dall’auto e si avviò verso la stazione. Cammino velocemente scomparendo fra gli alberi, diventando piano piano una sagoma indefinita. Lui la guardò fino all’ultimo e dopo ritorno indietro .Erano quasi le sette del pomeriggio, il buio si preparava ad oscurare ogni cosa, sarebbe rimasta la luna a donare un po’ di luce a chi la cercava, insieme alle stelle che brillavano nel cielo, pensierose perché una di loro era scesa e tornava a casa da sola.

1 commento:

  1. Sono molto colpito dai tuoi racconti,brava,non sono un esperto di narrazione o Altro sono un Fotografo,ma mi è piaciuto leggere le tue righe.... Ciao
    Maury

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